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Appunti clinici

Spazi di riflessione per chi desidera ascoltare il silenzio tra le domande.

Il desiderio

Molte persone arrivano in terapia convinte di sapere cosa manca alla loro vita.

Un lavoro migliore.

Una relazione.

Un figlio.

Una casa.

Più sicurezza.

Più serenità.

Spesso scoprono che non è così semplice.

Il desiderio non coincide con ciò che ci manca.

Ma nasce dalla mancanza.

Che è diverso.

La mancanza è una ferita.

Il desiderio è il movimento che quella ferita produce.

Per questo motivo il desiderio non può essere completamente soddisfatto.

Se accadesse, smetterebbe di esistere.

Il desiderio ci accompagna.

Ci inquieta.

Ci mette in cammino.

Ci obbliga a scegliere.

Qualche volta a rinunciare.

Molte persone hanno paura del proprio desiderio.

Non perché sia assente.

Perché è presente.

Perché può mettere in discussione equilibri costruiti nel tempo.

Relazioni.

Abitudini.

Identità.

Il desiderio attrae.

E spaventa.

Chiede di lasciare qualcosa.

Di separarsi da qualcosa.

Di diventare responsabili della propria vita.

Per questo motivo non è raro che venga messo a tacere.

Che venga sostituito dal dovere.

Dall'adattamento.

Dalla ricerca di approvazione.

Dalla preoccupazione per gli altri.

Eppure, il desiderio trova quasi sempre il modo di tornare.

Qualche volta attraverso l'amore.

Qualche volta attraverso un sintomo.

Qualche volta attraverso i sogni.

I sogni hanno spesso a che fare con ciò che durante il giorno non riusciamo ad ascoltare.

Non predicono il futuro.

Non offrono soluzioni.

Ma custodiscono tracce preziose della nostra vita desiderante.

Ci mostrano qualcosa che sappiamo e che, allo stesso tempo, non sappiamo ancora di sapere.

Forse la domanda più importante non è:

"Cosa desidero?"

Ma:

"Sono disposto ad ascoltare ciò che desidero davvero?"

La pelle

La pelle è il nostro primo confine.

Ci separa dal mondo.

E allo stesso tempo ci mette in contatto con esso.

Prima delle parole esiste il contatto.

Essere tenuti.

Accarezzati.

Protetti.

Guardati.

La pelle conserva una memoria antica.

Una memoria che non passa necessariamente attraverso i ricordi.

Ma attraverso le sensazioni.

La vicinanza.

La distanza.

La presenza.

L'assenza.

Didier Anzieu descrive la pelle come il primo involucro psichico.

Ciò che contiene la mente prima ancora che la mente possa contenere sé stessa.

Quando questo involucro è sufficientemente solido, possiamo sentirci al sicuro.

Abitare il nostro corpo.

Entrare in relazione con gli altri senza temere di essere invasi o abbandonati.

Non sempre accade.

Talvolta il corpo diventa il luogo in cui si iscrive ciò che non riesce a trovare parola.

La pelle si arrossa.

Prude.

Si infiamma.

Si ferisce.

Si espone.

Oppure si ritrae.

Come se stesse cercando di raccontare qualcosa.

La pelle segna un confine.

Ma racconta anche una storia.

La storia del modo in cui siamo entrati in contatto con il mondo.

E del modo in cui, ancora oggi, ci difendiamo da esso.

La separazione

La separazione comincia con la nascita e coincide con essa.

Nascere significa separarsi.

Dal corpo della madre.

Da una condizione di fusione.

Da un'esperienza nella quale non esiste ancora una distinzione tra sé e l'altro.

Da quel momento la vita psichica è attraversata da un compito complesso.

Separarsi.

Separarsi dalla madre.

Separarsi dalle immagini ideali dei genitori.

Separarsi dalle aspettative familiari.

Separarsi da ciò che gli altri hanno immaginato per noi.

Ogni separazione comporta una perdita.

Per questo non è mai indolore.

Ma la separazione non riguarda soltanto ciò che lasciamo.

Riguarda ciò che possiamo diventare.

La possibilità di scegliere.

Di desiderare.

Di assumere una posizione propria.

Winnicott descrive la maturazione come il passaggio dalla dipendenza all'autonomia.

Non l'autonomia di chi non ha bisogno di nessuno.

Ma quella di chi può sentirsi reale.

Di chi può vivere una vita che gli appartiene.

Molte sofferenze nascono quando questo processo si interrompe.

Quando la distanza genera colpa.

Quando ogni scelta viene vissuta come un tradimento.

Quando il desiderio degli altri occupa ancora il posto del nostro.

Separarsi non significa perdere l'altro.

Significa poterlo incontrare senza perdere sé stessi.

Falso sè.png

Donald W. Winnicott introduce il concetto di Falso Sé per descrivere quelle configurazioni psichiche nelle quali il soggetto organizza il proprio funzionamento prevalentemente attorno all'adattamento alle richieste dell'ambiente.

L'espressione può trarre in inganno. Non si tratta di una maschera deliberata, né di una forma di falsificazione dell'identità.

Il Falso Sé rappresenta piuttosto una soluzione evolutiva. Una modalità di organizzazione della personalità che consente al bambino di preservare il legame con l'ambiente significativo quando la spontaneità dell'esperienza soggettiva non trova sufficiente riconoscimento.

Nella teoria winnicottiana il Falso Sé non costituisce necessariamente una condizione patologica.

Esiste, infatti, un continuum che va dalle forme più sane e adattive fino alle configurazioni più rigide, nelle quali il soggetto può sperimentare sentimenti di vuoto, estraneità, mancanza di autenticità o difficoltà nel riconoscere i propri desideri.

Da una prospettiva clinica, il tema non riguarda l'opposizione tra autenticità e finzione, ma il rapporto tra adattamento e spontaneità, tra continuità dell'esperienza soggettiva e richieste dell'ambiente.

La psicoterapia può offrire uno spazio nel quale tali aspetti vengano progressivamente pensati, riconosciuti e integrati all'interno della storia personale.

CONCETTI CORRELATI

  • Holding
  • Ambiente facilitante
  • Vero Sé
  • Spontaneità
  • Relazione oggettuale
  • Desiderio
  • Individuazione

COORDINATE TEORICHE

Winnicott — Vero Sé e Falso Sé
Bollas — destino soggettivo
Khan — organizzazione del Sé

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Winnicott D.W. (1965). Sviluppo affettivo e ambiente.
Winnicott D.W. (1971). Gioco e realtà.
Khan M.M.R. (1974). Il Sé nascosto.
Bollas C. (1987). L'ombra dell'oggetto.

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La vergogna e lo sguardo dell'Altro

«La vergogna è l'affetto che sorge quando il soggetto si trova esposto allo sguardo dell'Altro come essere mancante.» Jacques Lacan. La vergogna è un'emozione silenziosa. A differenza della rabbia, che si manifesta, o dell'ansia, che cerca una via di fuga, la vergogna tende a nascondersi. Spinge a ritirarsi, ad abbassare lo sguardo, a scomparire. Spesso pensiamo che la vergogna riguardi qualcosa che abbiamo fatto. In realtà, la sua esperienza più profonda riguarda ciò che crediamo di essere. Non dice: "Ho commesso un errore." Dice: "C'è qualcosa di sbagliato in me." Per questo la vergogna è così dolorosa. Non colpisce il comportamento, ma l'identità. Nella prospettiva psicoanalitica, la vergogna nasce nello sguardo dell'Altro. Non necessariamente nello sguardo reale di qualcuno che ci giudica, ma in quello sguardo interiorizzato che continua ad accompagnarci anche quando siamo soli. È l'impressione di essere stati scoperti. Visti. Esposti. Come se una parte fragile di noi fosse improvvisamente diventata visibile. Molte difficoltà che incontriamo nella vita adulta possono essere lette anche in questa prospettiva: il perfezionismo, la paura del giudizio, l'eccessiva autocritica, il bisogno di approvazione, la difficoltà a esporsi nelle relazioni o a mostrare il proprio desiderio. Dietro queste esperienze non troviamo sempre la paura di sbagliare. Talvolta troviamo qualcosa di più profondo: la paura di essere visti. Il lavoro terapeutico non consiste nell'eliminare la vergogna, ma nel renderla pensabile. Dare parole a ciò che fino a quel momento era rimasto confinato nel silenzio permette di trasformare un'esperienza che sembrava definire l'intera persona in una parte della sua storia. La vergogna prospera nell'isolamento. Perde invece parte della sua forza quando incontra uno sguardo capace di accogliere senza umiliare.

 

Per approfondire

 

Questo Appunto clinico nasce dal Nodo clinico: La vergogna: quando il problema diventa essere visti.

 

In quella riflessione approfondisco il rapporto tra vergogna, identità, sguardo e costruzione dell'immagine di sé nel mondo contemporaneo.

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